Suzuki Hayabusa: 300 km/h e non sentirli!

Superincio

MAR. 23, 2023

TORNA A SOLCARE LE STRADE E TIENE FEDE AL SUO NOME: PRESTAZIONI NON PIÙ IRRAGGIUNGIBILI, MA SEMPRE PAZZESCHE E SOPRATTUTTO INCREDIBILMENTE FRUIBILI ANCHE SU STRADA

Mentre ci allacciamo la tuta prima di salire in sella, ci torna limpido alla mente un aneddoto relativo al lancio stampa della prima Hayabusa, nell’ormai lontano 1998. Per l’attesissima prima serie della Suzuki Hayabusa era stato previsto un tratto da percorre in autostrada, debitamente chiusa al traffico, per poterne saggiare a fondo le doti velocistiche promesse. Ai giornalisti presenti era stato regalato un giubbotto a ricordo dell’evento, e molti lo indossarono proprio per il test in autostrada: dal quale rientrarono con le maniche… letteralmente stracciate dalla pressione del vento.
SPINTA E STUDIO AERODINAMICO: LA HAYABUSA PER CERTI VERSI È CONCEPITA COME UN AEREO

Non diciamo bella o brutta, ma pazzesca!
Ecco, nel caso ci fossero dei dubbi, cosa significavano nel 1998 le prestazioni della Suzuki Hayabusa: qualcosa che non si era mai visto e che metteva in serio imbarazzo tutti i concorrenti. Poi certo, gli anni passano per tutti e anche le prestazioni della “Busa” sono state raggiunte e superate. Ma lei ha saputo rimanere sinonimo di velocità da capogiro, e averne potuta guidare una è una delle esperienze che andrebbero inserite nel curriculum del motociclista.

Noi non avevamo avuto la possibilità di farlo, finora: per cui siamo davvero curiosi di scoprire se questa terza generazione della Hayabusa sia ancora in grado di lasciarci a bocca aperta, nonostante l’abitudine a potenze e dati di velocità che sembrano in continua e costante crescita. Gli uomini Suzuki la lasciano ad attenderci parcheggiata in una zona defilata del nostro tracciato di Vairano. Così, sola soletta. Dobbiamo riconoscere che avvicinarci a piedi ci provoca una certa emozione: ha una linea pazzesca. E non diciamo bella o brutta, ma pazzesca nella sua accezione più ampia. È una moto grande e tiene fede al suo nome: sembra proprio un rapace in picchiata.È in tanti sensi una moto di una volta. Grande come una volta, impostata come una volta e con una cura del dettaglio da giapponese di una volta. C’è molta attenzione nella costruzione di questa maxi destinata ad essere la nuova flagship Suzuki: la qualità è decisamente alta, tutti i componenti sono assolutamente al top, l’attenzione ai particolari sempre massima. E poi le sue linee studiate in galleria del vento, con molte appendici inserite per migliorarne la resa aerodinamica, ci piacciono davvero molto. Da vicino ogni dettaglio dà l’idea di essere pensato con l’unico scopo di permetterle di andare forte e farlo nella maniera più efficace. Il suo design riprende, senza stravolgerlo, quello delle versioni del passato, con scelte cromatiche aggressive: se deve essere pazzesca, che lo sia senza remore.SI PUÒ CONSIDERARLA UNA HYPERSPORT O UNA SUPER-GT. DI FATTO NESSUNA È COME LEI

Emozioni e relax
Saliamo in sella e ci coglie un po’ di stupore, anche se sapevamo che la base di partenza dell’ultima versione della maxi di Hamamatsu rimane il modello precedente. Telaio e forcellone sono stati modificati ma restano molto simili, così come lo resta la triangolazione sella-pedane-manubrio, che porta ad una posizione a bordo un po’ démodé. Il busto è disteso sull’ampio serbatoio, le pedane sono mediamente arretrate, il manubrio ancora abbastanza lontano nonostante i 12 mm di arretramento. Non siamo scomodi, tutt’altro; ma un po’ straniti forse sì.

Nonostante le SBK abbiano ormai sfondato il muro dei 1.000 cc, questo 4 cilindri in linea giapponese resta atipico e grosso con i suoi 1.300 cc. Sprigiona 190 CV a 9.700 giri con 150 Nm di coppia a 7.000 giri, in entrambi i casi una manciata meno di prima ma la cosa poco conta. Dopo un rapido check dell’elettronica di bordo, il bombardone Suzuki prende vita in maniera abbastanza sommessa, ma fatica a nascondere fino in fondo di che pasta è fatto. In folle la risposta del gas ci fa subito capire che la Hayabusa ha molto da dire e tanto per esaltare. Il pacchetto elettronico ha tutto, ma proprio tutto, quello che si può desiderare su una moto di ultimissima generazione, mentre fa una certa impressione pensare che la prima versione della Busa non era nemmeno dotata di ABS. Per noi, invece, sonni abbastanza tranquilli: in caso di eccesso di confidenza un angelo custode sotto forma di microchip è pronto a toglierci dai guai.

Si parte. Cambio, un burro. Impressione che confermerà per tutta la durata del nostro test, sia in pista che per strada, con un quickshifter tra i migliori provati ultimamente. Il “falco pellegrino” muove i primi metri come se fosse spinto da un motore elettrico. Ci aspetta una intera giornata di guida tra strada e cordoli, anche quelli un test importante per saggiare le reazioni della Hayabusa spingendola il più possibile vicino al limite, un limite difficilmente raggiungibile nella guida su strada. In più sono previsti alcuni passaggi sul nostro anello di alta velocità dove potremo srotolare senza alcuna remora il comando del gas.LA HAYABUSA RINASCE COME EVOLUZIONE DI UN CONCETTO CHE MANTIENE TUTTA LA SUA UNICITÀ

Si entra nell’iperspazio
Partiamo dalla pista: nei primi passaggi ce la prendiamo comoda, scaldiamo le gomme e facciamo l’abitudine alle misure importanti della Suzuki. Guidare la maxi giapponese regala emozioni inattese. Il suo motore ha una resa che lascia basiti: riprende dal regime del minimo con una veemenza incredibile, una spinta che sembra non dipendere minimamente dal rapporto inserito. Sia quarta, quinta o addirittura sesta, la Busa spinge come un treno con un tiro ai medi che lascia di stucco. La schiena del motore è pazzesca e si gode nel rimanere entro quell’arco di erogazione, inserendo in tempo utile il rapporto successivo per poter essere sempre sostenuti da una forza sovrumana che pare nascondersi sotto le ampie carene. La cosa che forse impressiona di più è come questa spinta viene erogata: in modo sempre costante, senza picchi o vuoti, cosa che semplifica di molto la guida a noi… anche se il traction è chiamato in causa spesso, anche in quarta marcia.

Non ci passa nemmeno per l’anticamera del cervello di cercare la parte alta del contagiri, tanto il ritmo è alto pur rimanendone molto lontani. La risposta al comando del gas è pressoché istantanea e totalmente priva di on-off. Cosa che si apprezza molto nei veloci curvoni in percorrenza, dove l’anteriore della Hayabusa traccia la linea come fosse un aratro, regalando al suo pilota una fiducia assoluta grazie ad una stabilità che sembra davvero imperturbabile: lo senti che è fatta proprio per quel mestiere lì.

Non è fatta invece per la guida da superbike, e infatti quando si pretende di attaccare il punto di frenata o di uscire a gas spalancato dalle curve più strette, nonostante l’elettronica sempre efficace nelle risposte si capisce che la Busa esce dalla sua zona di comfort. Il peso in ingresso si sente, anche se l’impianto frenante Brembo Stylema cerca di nasconderlo; e andare a cercare il punto di corda in maniera aggressiva diventa controproducente. In uscita di curva la maxi Suzuki mostra una vistosa tendenza ad allargare la traiettoria: vuoi per le quote, vuoi per il peso (oltre 250 kg rilevati), vuoi per la gommatura e vuoi soprattutto per la spinta portentosa del suo motore; entra quindi in gioco, il pilota che deve sfruttare il più possibile il peso del corpo per contrastare il sottosterzo. Anche nei cambi di direzione più “impestati” bisogna anticipare con decisione lo spostamento del corpo per scongiurare il rischio di uscire troppo larghi.

Suzuki Hayabusa: 300 km/h e non sentirli!
Ma è quando il naso della nostra Hayabusa fa capolino sul lungo rettilineo di 2 km del nostro circuito che veniamo proiettati in un’altra dimensione. Accucciati sotto al cupolino troviamo finalmente il coraggio di cercare il fondo corsa del gas. Terza marcia. La spinta del motore è un uragano ma di una linearità imbarazzante. Non ha la rabbia di un quattro in linea sportivo, ma ti fa sentire tutta la sua potenza. Il limitatore arriva con una rapidità che ci coglie impreparati e infiliamo un rapporto dopo l’altro senza soluzione di continuità. L’ago del contagiri e quello della velocità vanno quasi di pari passo e in un attimo arriviamo ai 290 km/h indicati dal fondo scala. Il tutto nella quiete più assoluta, grazie ad una protezione dalla pressione del vento e un rigore direzionale che tolgono quasi del tutto la percezione della velocità.Emozioni (sempre forti!) anche su strada
Facciamo diversi lanci per il semplice piacere di sentire scorrere l’adrenalina nelle vene. Prestazioni spaventose, certo, ma su strade aperte al traffico? Lì la Hayabusa veste i panni della sport-touring anabolizzata: si lascia guidare con facilità e non mette mai a disagio, nemmeno a bassa velocità. I suoi muscoli sono sempre gestiti da un guanto di velluto, l’uso del cambio è pressoché inutile e si può viaggiare per decine di chilometri utilizzando solo il comando del gas, con il confort di bordo di una vera “macina chilometri”.

La Hayabusa ama anche in strada una guida rotonda e raccordata, restituendo allora un gran gusto a fronte di uno scarso impegno psico-fisico. È una moto che può portarti ovunque con gran gusto, e non solo sbriciolare i tempi di percorrenza da A a B. Sa regalare sempre un bel sorrisone al suo pilota, per la facilità con la quale affronta qualsiasi tipo di percorso e per la semplice forza di una personalità che non può lasciare indifferenti, e che personalmente ci ha colpito non poco.Suzuki Hayabusa: il giudizio finale e l'analisi del prezzo
Davvero una moto di grande fascino insomma, costruita con una cura impeccabile e dal prezzo di acquisto fissato in 19.390 euro chiavi in mano. Una cifra sicuramente importante, ma che permette di mettersi in garage una moto unica, e una vera e propria pietra miliare nella storia degli ultimi 25 anni.