Intervista a Stefano Manici, campione italiano per ben diciannove volte

Superincio

08 Aprile 2021

Nel 2020 ha corso due gare con Moto Guzzi nella categoria Open 1000 e nel 2019, tutte le gare della classe naked 650 vincendo il titolo con una Triumph Speed Triple.

Come hai passato l’inverno e come ti sei e ti stai preparando per l’inizio della stagione?


Per via di un problema ad entrambe le spalle ho fatto molta fisioterapia. Faccio esercizi con gli elastici per rinforzare la muscolatura delle braccia e delle gambe, corsa a piedi, uscite in bici, anche se la cosa migliore è allenarsi in moto. Con quella vado un po’ in pista, ma dove è possibile anche in strada.

Quest’anno l’idea è quella di partecipare con una bellissima e ottima moto che è la Moto Guzzi 1000 preparata da GC Corse e spero che per il regolamento sia possibile.



La tua disciplina è praticata da “specialisti” della salita o comunque delle corse su strada. Come ti sei avvicinato a questo tipo di gare preferendole alle competizioni in circuito?


Conoscevo le gare perché vengo da una famiglia di motociclisti. Mio zio aveva vinto il titolo Sport Production nel 1985, quindi giravo già per i paddock con lui e mio padre. Ho iniziato nel 1992 e vivendo in collina ho voluto provare una gara in salita. Si correva a San Remo ed io partecipavo con una Honda RC 30. Il campionato si svolgeva su tre prove. Ho vinto la prima, sono arrivato secondo nella seconda. Nella terza ho vinto gara e titolo. Nel 1993 sono passato alla Sport Production, ed è stata l’unica mia parentesi in pista. Guidavo una Yamaha YZF 750, son caduto un paio di volte, mi sono rotto due volte la clavicola e nonostante un podio a Varano, nel 1994 son tornato alle corse in salita. Ho corso con moto di grossa cilindrata e dal 1996 al 2001 ho avuto a disposizione una Geminiani-Yamaha 1000. In quel periodo ho vinto molto e specialmente nel 1998 ho vinto tutte le quattordici prove del campionato.



E’ una pratica che ha origini lontane, forse le più antiche del motociclismo sportivo per anni si è corso su strada poi le evoluzioni hanno portato a preferire sempre più impianti fissi, più sicurezza ed anche una maggior visibilità negli anni con l’avvento delle TV. Eppure queste corse resistono, non hanno una grandissima ribalta, ma ci sono un sacco di appassionati e partecipanti. Ti senti parte di questa resistenza e da cosa dipende?


Prima che sui circuiti le gare si svolgevano su strada. Quando ho iniziato io nel ’92 le prove erano già su tratti brevi e quindi più sicuri, mentre negli anni settanta le salite erano lunghe anche una ventina di chilometri e ciò le rendeva più pericolose e difficili da memorizzare. Inoltre, durante i giorni che precedono la gara, i concorrenti andavano sul tratto ancora aperto al traffico e provavano la moto al di fuori della manifestazione. Fortunatamente l’avvento delle prove libere che risale agli anni 2000, ci permette di non rischiare e non interferire in modo pericoloso sulla circolazione. Dal 2004 c’è una sessione di prove libera al sabato, una qualifica e due manche di gara la domenica, per un totale di tre salite in condizioni ottimali per tutti.

La parte bella delle corse in salita è il pubblico. Mi è capitato di essere in Garfagnana con un’affluenza di sette/ottomila persone. Questo è molto bello, ricorda un po’ i rally e il pubblico ti viene vicino e ti parla, ti chiede le cose con molta curiosità e l’ambiente è familiare.



E’ stato diramato il calendario delle gare 2021, te lo aspettavi così o ci sono delle situazioni inedite per te?


E’ un buon calendario e preferisco disputare 6 gare e farle bene, piuttosto che 15 gare durante tutte l’anno. L’inizio è posticipato rispetto alla norma, ma non si può pretendere troppo da questa situazione che coinvolge tutti quanti. Chiaramente spero che arrivi pubblico.



Sei 19 volte campione di questa disciplina, per fare un parallelismo sei l’Agostini della salita. Che effetto ti fa?


E’ bello! Ricordo che con l’avvicinarsi al nono titolo volevo arrivare già al decimo. Come tutte le cose a cui tieni non vuoi cedere il primato, ma sono consapevole che i record sono fatti per essere battuti. Da sempre corro col numero 19 sulla carena e nel 2019 volevo vincere il titolo diciannovesimo titolo. E’ andata bene e penso di aver raggiunto il mio obbiettivo. Ho un po’ più esperienza, di altri e molti vengono da me e chiedono consigli, una cosa che mi fa molto piacere.



Le cose cambiano, lo abbiamo visto e lo proviamo sulla nostra pelle, nella vita di tutti i giorni. Una novità c’è di sicuro in questa disciplina ed è il nuovo promoter del campionato. Si stanno avvicinando partner importanti che sono già da tempo nel mondo delle corse, della velocità in pista e fuoristrada. Grazie ad una nuova imprenditoria organizzativa, ora queste importanti realtà entrano in grande stile anche al CIVS. Per fare alcuni nomi Dunlop o Addinol in via ufficiale. Cosa ne pensi?


E’ una cosa molto bella e molto giusta, sono contento che ci sia questo interesse, personalmente ho sempre chiesto come mai non ci fossero sponsor, una cosa che ho sempre suggerito. Conosco il Moto Club Spoleto, organizzano il National Trophy e con i numeri che fa, penso che si debba lasciarli lavorare. Se si avvicinano dei partner è una cosa buona per tutti. Io gestisco un team e devo dire grazie ai miei sponsor se ho corso e vinto tanto. Perciò questo campionato merita la giusta visibilità.



In ambito organizzativo si ha l’impressione che il 2021 possa rappresentare una rivoluzione per questa specialità, voi che lo praticate da anni cosa vi aspettate?


L’interesse sta crescendo. Io vengo da stagioni completamente all’oscuro e nell’anonimato. Fortunatamente, già oggi le premiazioni finali si tengono nelle location dell’ultima gara del CIV o in occasione di EICMA e con questo nuovo corso penso che la considerazione per il CIVS aumenterà.